Saturday, September 26, 2009

Mario

Mario e le terribili immagini di quel che gli successe in tenera età in una limpida giornata di giugno occupano un posto speciale nei miei ricordi..Era un ragazzino curioso e intraprendente. Aveva capelli ricci e folti, color castano chiaro; la bocca regolare, una fossettina sul mento ben disegnato. Nel gioco era vivace e pieno di iniziative. Spesso era lui a trascinarci in avventure spericolate, come il giro di corsa per le vie del paese spingendo con un filo di ferro, u' carruzzinu, cioè un cerchio di ruota di triciclo, e, per i più fortunati, un cerchione di bicicletta. “Chi arriva primo alla Chiesa e ritorno: pronti, via!”. E giù a rotta di collo sulle strade sgombre e senza traffico ma quasi tutte sterrate e in qualche punto pietrose. Nella foga qualcuno inciampava e finiva lungo disteso, ma si rialzava immediatamente, una pulitina ai ginocchi con la mano per togliere la polvere o levare il sangue e via con più veemenza a recuperare il ritardo. Mario aveva perennemente i ginocchi sbucciati e pieni di crosticine. Del resto come tutti noi..Qualche volta, all'inizio della primavera, l'intera combriccola, Mario, Franco, Ignazio, Salvatore, Nino, Giacomino e me, filava fuori paese, “Andiamo a' Maronna!”. La Madonna delle Grazie era una chiesina del Seicento posta al limite dell'abitato dalla parte di Termini. Quella parola d'ordine in realtà indicava un blitz fuori paese, con qualche puntatina, per i più audaci, verso i mandorli che punteggiavano l'oliveto ai margini della statale. I prescelti a penetrare in quella proprietù tornavano con le tasche piene di mandorle, da distribuire agli altri, e con qualche dolorino di stomaco per la robusta scorpacciata (in quel periodo la drupa e il nocciolo erano teneri e gustosi) ; l'incursione si faceva con cautela e rapidità per paura dei padroni in agguato o delle guardie campestri. Ritornavamo a casa stanchi sudati e impolverati. Mia madre mi metteva la testa sotto il rubinetto e mi lavava il viso con tanta energia che a volte mi faceva male. Mario era sempre in tandem col fratello Franco, maggiore di qualche anno. I due non si somigliavano molto. Il primo era snello e scattante, l'altro era tarchiatello, il viso squadrato, le labbra sottili, calmo e condiscendente; non velocissimo, ma non si tirava mai indietro.
A volte ai giochi di noi maschi si univano le cuginette Pina, Terina, Giannina, Anna, specie quando si giocava ai quattro cantoni.. Davamo noia ad un invalido di guerra con una gamba di legno, che si muoveva in una sua stanzuccia a pianterreno con due pesanti grucce. Lo facevamo arrabbiare con dei versacci o bussando alla sua porta. Lui ci gridava e ci minacciava alzando una gruccia. Lo bersagliavamo ma ne avevamo paura. La sua stanza era per noi un antro pauroso e lui un orco. Ci faceva senso vedere tutti i giorni una sua nipote entrargli tranquillamente in casa, senza paura, con l'involucro del pasto per mano. Una volta, esasperato, ci lanciò contro una gruccia, inveendo. Intervenne zia Pippina sgridandoci aspramente e riportando la gruccia all'invalido, che chiamavamo lo sciancato. L'abitazione della zia, ed anche ovviamente dei miei cugini, sorgeva a due passi, di fronte a quella dello sciancato. Era una costruzione tipica di Trabia: un pianterreno, un primo e un secondo piano con terrazzo. Di particolare aveva in più un mezzanino che qualche volta zia Pippina ci faceva usare per giocare. La zia era una trentenne, i capelli lisci e lunghi raccolti in un nodo complicato dietro la nuca, una veste fin sotto i ginocchi, a colore e fiorellini, su cui quasi sempre indossava un un grembiule da cucina, i lineamenti ben marcati; non poteva badare molto a noi perché aveva, in quell'epoca, sette figli di cui quattro piccolissimi, e non aveva un attimo di respiro, anche perché il marito, zio Peppino, era sempre a Palermo, totalmente preso dal suo lavoro di commerciante (partiva la mattina col buio per prendere il primo treno e ritornava la sera col buio): nel dopoguerra non era uno scherzo mandare avanti una famiglia di nove persone. La zia ci teneva a che non disturbassimo il povero invalido, per cui un po' ci sorvegliava; era puntuale come un orologio a chiamarci all'ora della merenda, costituita da fette di pane con formaggio, o marmellata, e frutta. Io rimanevo fuori, in strada, ma lei immancabilmente mi chiamava e mi faceva prendere la stessa merendina. Era energica e severa, ma guardava noi bambini con una luce negli occhi.
.A volte ci ritrovavamo in contrada Cozzo Corvo, in una proprietà di nonno Mariano. Scorrazzavamo per l'oliveto, la vigna, il frutteto e per i campi di stoppie attraverso la collina sulla quale due grandi massi ne segnavano il punto più alto. Loro erano più scatenati di me perché, vivendo in paese tutto l'anno, più affamati di campagna e di libertà. Io conoscevo a menadito il campo d'azione perché vi passavo in villeggiatura la stagione estiva, nella casa di mio padre vicina a quella del nonno. Li guidavo ai nidi di passeri, cardellini, merli, fringuelli, andavamo sulle tracce dei conigli selvatici i cui escrementi qua e là ci segnalavano la loro presenza; qualche volte li vedevamo scappare da un cespuglio a lunghi veloci saltelli e scomparire in lontananza; ci arrampicavamo sui grossi massi in cima alla collina e salutavamo festosamente i passanti laggiù sulla strada di Amureddu in groppa alle loro bestie o sui carretti; il fischio del treno in arrivo al passaggio a livello di Pilieri ci faceva piombare ai bordi della ferrovia per salutare i passeggeri affacciati ai finestrini. Ci affascinava la locomotiva sbuffante di vapore con quel bel pennacchio di fumo e il suo ansare sull'ampia curva un po' in salita che immetteva sul rettilineo per Trabia; e quei viaggiatori che rispondevano ai nostri gesti di saluto, che ci sembravano appartenere ad un mondo fatato. Quando c'erano anche le tre cuginette allestivamo un'altalena sotto una chianca d'olivo e giù a spingere per arrivare più in alto, oppure giocavamo a nascondino nella grande casa del nonno dove i posti per nascondersi non mancavano o andavamo a caccia di frutta. Mario era sempre tra gli animatori, pieno d'inventiva per nuovi giochi: andiamo al treno!, andiamo alla vigna!, facciacciamo le corse! e tutti dietro.
La disgrazia successe proprio al Cozzo Corvo. Era finita la scuola e mio padre il giorno dopo mi portò con sé in campagna dove tra pochi giorni ci saremmo trasferiti per la villeggiatura. La mia gioia andò alle stelle quando all'arrivo alla nostra casa vidi Mario correre verso di noi. “Ciao zio, ciao Antoniucciu”, e, rivolto a me: “ Andiamo, ti faccio vedere una cosa”. Saltai dal carretto e corsi via insieme a lui in mezzo all'oliveto mentre mio padre mi diceva che sarebbe andato a San Miceli, che l'aspettassi per il pomeriggio. Mario mi portò oltre la vigna, sotto un mandorlo. “Ecco, guarda cosa c'è qui”, mi mostrò un foro sotto un ciuffo d'erba. “E' la tana di un coniglio; vedi questi peli grigi ai bordi?, sono suoi. Qui intorno ci sono le sue cacatine”. Si chinò e introdusse la mano nella tana, fino a farvi scomparire l'intero braccio. “Forse è in giro, oppure si è ritirato in fondo. Sono furbi i conigli, che ti pare”. Dissi: “Che facciamo?”, alzai una mano e presi una mandorla, schiacciai la drupa tra i denti, dentro il nocciolo il seme era molliccio, troppo presto per mangiarlo. “Aspettiamo, prima o poi uscirà e noi lo prenderemo”. “Ma che dici, e se è fuori? Lui ci ha già fiutato”.Ci sedemmo davanti alla tana.. Dissi: “Tu non lo sai, io qualche giorno fa ho preso un coniglio con le mani”. “Non ci credo”. “Domanda a mio padre”, e gli raccontai come avevo fatto.
Era stata una cosa elettrizzante. Mio padre, ma anche il nonno e gli zii, irrigava il frutteto trasportando l'acqua a mezzo di un motore elettrico e di una tubazione da una cisterna, alimentata dall'acqua di Trabia, dai piedi del declivio fino ad una gebbia (vasca) posta più in alto, a qualche centinaio di metri. Dalla gebbia si diramava una condotta che permetteva l'irrigazione della proprietà di mio padre. Ogni anno, ovviamente, c'era una prima volta, cioé la prima irrigazione stagionale della tenuta. Quell'anno mio padre mi portò con sé. Si sarà accorto di qualcosa, non so; mi disse che forse una coppia di conigli aveva fatto la tana proprio dentro il tubo dell'acqua; dovevo stare attentissimo, pronto con le mani ad acchiappare il coniglio che, se c'era, sarebbe uscito al momento dello sbocco dell'acqua nella vaschetta di distribuzione; bisognava parare l'imboccatura della condotta con tutt'e due la mani, senza un attimo di distrazione. “Attento che il coniglio ti può sgusciare via contorcendosi e usando le zampette”, mi disse mio padre e s'avviò verso la casetta del motore, laggiù vicino alla ferrovia. Il cuore cominciava a battermi. C'era ancora del tempo, ma io mi sedetti sul muricciolo della vaschetta e mi chinai con le mani davanti al buco. Mio padre era un quarantenne, robusto e con discreta pancetta, non certo un campione di velocità. I miei orecchi erano tesi a captare il minimo borbottìo dell'acqua che sarebbe arrivata spingendo fuori l'aria. Nessun rumore, solo il canto dell'allodola e il cinguettìo degli altri uccelli. Mio padre doveva scendere alla casetta del motore, prendere la paratoia, attraversare la ferrovia, metterla sul condotto dell'acqua, proveniente dal paese, per deviarla verso la cisterna, ritornare alla casetta, attendere che la cisterna si riempisse per metà, accendere il motore.. Il tempo ci voleva. Il fischio di un treno mi avvertì dell'inevitabile allungamento dei tempi. Pazienza. Io stavo lì, sempre chino con le mani pronte: che non scappasse il coniglio prima dell'arrivo dell'acqua. Il rumore del treno non finiva mai. Doveva essere un treno merci. Un lieve tramestìo, una lucertola uscì di corsa sfiorando le mie mani. Mi ritrassi di scatto ma mi rimisi subito nella posizione di prima. Quanto tempo passò? Cinque, dieci, quindici minuti? A me parve un'eternità. Finalmente il borbottìo. Il cuore ebbe un'accelerata battendomi sulle tempie. Le mani rigide pronte alla presa. L'acqua cominciò a scorrere, niente coniglio, ma il tubo in pochi attimi si sarebbe riempito d'acqua; se c'era non avrebbe avuto scampo. Un urto sulle mani, le dita si chiusero come artigli. Stringi, stringi, il coniglietto squittiva lamentosamente, si contorceva, cercava di scivolarmi tra le dita aiutato dal pelo fradicio d'acqua, si dava da fare con le zampette, ma la mia presa era una morsa. M'invase un'ondata di eccitazione e di felicità. “Papà Papà, l'ho preso, l'ho preso!” Diedi un balzo dalla vaschetta d'irrigazione e corsi sul campo di stoppie. Il coniglio squittiva; gli guardavo il capo che scuoteva freneticamente, gli occhietti erano pieni di terrore, non s'arrendeva. Forse lo stavo ammazzando, gli strizzavo troppo la pancia, allentai leggermente i miei artigli. “Papà, vieni vieni, guarda!”. Mio padre arrivò trafelato, e, anche lui, eccitato: “Bravo'Ntunuzzu!, dammelo a me; ci penso io. Tu intanto bada all'acqua chiudendo con la zappa via via le caselle che si riempiono”. Prese il coniglio per le zampe posteriori e lo tirò su penzoloni. “Bel coniglio!” Era un esemplare lungo, adulto, forse una femmina. Io non staccavo gli occhi dalla bestiola che s'agitava e scuoteva energicamente tutto il corpo.Mio padre s'avviò verso casa che era a dieci passi dicendomi: “Ora vengo, stai attento all'acqua, fai riempire bene le caselle, le piante sono assetate!”. Tornò dopo una decina di minuti. “E il coniglio?” gli chiesi. “L'ho appeso al chiodo della stalla”. Fu come se m'avessero dato una pugnalata. “L'hai ammazzato!”. Lasciai il giardino (frutteto) e scappai in mezzo agli ulivi. Mio padre mi gridò dietro: “'Ntunuzzu, i conigli selvatici non si possono allevare, sono soltanto selvaggina; vedrai domani come sarà buono a tavola. La mamma lo sa cucinare bene. Dove vai?”. Rimasi un bel po' di tempo sotto un grosso ulivo, poi, con l'umore a terra, cominciai ad errare sulla collina. Nel tardo pomeriggio tornai a casa. Lo vidi penzolare dal chiodo, immobile. Sapevo come si ammazzavano i conigli, la mamma me l'aveva detto tante volte: un pugno in testa ed era bell'e morto, dopo qualche attimo di scuotimenti. Girai gli occhi e non volli più vederlo. Durante il viaggio di ritorno al paese non spiccicai una parola. Il giorno dopo mangiai solo pasta, verdura e frutta, rifiutando il coniglio in umido che invece deliziò genitori e fratelli.
“Tu l'hai mai preso un coniglio con le mani?”feci a Mario. “No, ma io non ho un posto dove prenderlo. Io l'avrei tenuto quel coniglietto”. “Te l'ho detto, i conigli selvatici non si allevano”. “Non è vero, io sarei scappato, non l'avrei dato a mio padre”. “Vabbe', allora perché non allevi qualche coniglio domestico?”. “E dove?, a casa mia? Andiamo al gippone”. “Sì andiamo, facciamo a chi arriva primo”. E via di corsa lungo il pendio fino ai piedi del colle dal lato est. Il gippone era un residuato bellico, abbandonato lì dai soldati americani. Rimaneva lo scheletro: vi erano stati asportati il motore, le ruote, i sedili, il volante, gli sportelli ai lati del cassone. Arrivai prima io, perché avevo due anni in più ed ero uno dei più veloci tra i miei compagni di scuola. Mario non sembrò affatto contrariato, Salimmo su quel rottame e a turno facemmo le finte di guidarlo imitando con la voce il rumore del motore; lo ispezionammo ben bene per vedere se c'era qualcosa di utile da prendere.
Dopo un po' via come frecce verso l'albero di fichi in cima al campo di stoppie, sotto la cui ombra ci sedemmo. “Vedi là”, feci segno con la mano, “all'orizzonte, dove finisce il mare? Durante la guerra una nave sparava cannonate, mentre un aereo mitragliava vicino casa mia. Mio padre ci fece sfollare alle grotte di Burgio” “I nostri soldati dov'erano?”. “Mah.... Prima dell'arrivo degli americani ho visto un tedesco scendere da un camion, davanti al bar di Sari' Di Vittorio. Aveva l'elmetto e la baionetta. Un bambino gli chiese qualcosa e lui disse: “Nix, nix...” . “Nonno ha detto che ci sono stati tanti tradimenti, se no l'Italia vinceva”. “Lo sai che tutto u' Cozzu Corvu era pieno di soldati americani?” dissi io. “Lo so, lo so”. “C'era la guerra, ma loro erano amici. Ci davano tante cose buone. Non facevano male a nessuno”. “Però prima avevano buttato le bombe anche a Trabia e ucciso diverse persone. Una bomba è cadutta sulla casa du paranni e da maranni”. “Quelli delle bombe erano altri, questi qui non sparavano, stavano nelle loro tende; attendevano ordini; non andavano al fronte perché erano meccanici”. “Zio Pinù l'hanno mandato in Russia ed è disperso. Che significa?”. “Che si è perso o è morto e non l'hanno riconosciuto. Nonno dice che forse si è salvato ed ora si trova a Mosca, sposato e con figli. Chi va in Russia non può più tornare, ma lui aspetta sempre. In America è diverso, tanti miei parenti abitano lì. Lo sai che un giorno un mio cugino, Sam, figlio di mia zia Titì di Pittsburgh, sergente nell'esercito americano, venne in licenza in aereo da Napoli? Mia madre l'abbracciò e si mise a piangere. Gli fece un bel pranzo, pasta col sugo di pomodoro, triglie ai ferri con olio e limone, melanzane alla parmigiana, caluzzeddi fritti, frutta, vino e caffé. Lui diceva grasie grasie, thank you, ed era tutto contento. Non parlava bene 'u sicilianu ma si faceva capire. Accorsero per conoscerlo i parenti di mia madre; erano incantati da quel bel giovane. Portava gli occhiali, aveva il viso pieno, un bel sorriso, era ben rasato e profumava di acqua di colonia. Ci guardava con affetto e curiosità; forse gli sembravamo gente di un altro mondo. Indossava una elegante divisa cachi, pantaloni, camicia e cravatta, col grado di sergente attaccato sul petto e sulle mostrine. Era alto, capelli e occhi castani. Estrasse un pacco dalla valigia e lo mise sul tavolo, lo scartò e venne fuori un ben di Dio: un vestito per mia madre, una cravatta per mio padre, una maglietta per me, una gonna per la sorella e un berretto per il fratello, scatolette di carne, pacchetti di caramelle e cioccolato, una stecca di sigarette. Mia madre, ed anche noi, guardava tutta quella roba con occhi luccicanti: “E' tutto per noi?” disse e di nuovo abbracciò e baciò suo nipote. Sam scattò tante fotografie. E' stato lui a farmi la fotografia della prima comunione; veramente l'avevo passata due anni prima, ma c'era la guerra e non si trovavano fotografi. Mia madre andò a prendere il vestito bianco, pantaloncini lunghi e giacchetta con le dorature e mi fece fotografare davanti alla porta di casa; però i pantaloncini ormai mi stavano corti e al posto delle scarpe avevo gli zoccoli”.
Mario disse: “Se era tuo cugino perché è venuto a farci la guerra?”. Risposi: “I soldati devono ubbidire ai loro comandanti, se no li fucilano; gli americani sono venuti a liberarci”. “Mah... non eravamo liberi?”. “Lo zio Luigi, che abita di fronte a casa mia, ha detto che ci hanno liberato dal fascismo, però non per farci un favore ma per comandare loro; lui queste cose le sa perchè ascolta tutti i giorni la radio e legge il giornale”. “Vabbe'...”
Due grossi uccelli strillando si posarono su un ramo in cima all'albero; un attimo dopo volarono via, spaventati dalla nostra presenza. Li seguimmo con lo sguardo. “Sono marito e moglie” dissi. Il cielo era incendiato da un sole implacabile, ma sotto il fico, all'ombra, si stava bene, una fresca brezza di mare ci carezzava il viso; le cicale stridevano senza mai smettere. Mario si alzò stiracchiando le braccia. “Cerchiamo sotto gli ulivi, potremmo trovare qualche oggetto lasciato dai soldati. Certi ragazzi hanno trovato degli apparecchietti di metallo con lo scatto, servono per lanciare lontano dei sassetti ”, disse. “Mia madre mi dice sempre di non toccare le cose lasciate sul terreno dagli americani, possono essere delle bombe, ma a me piacerebbe avere una macchinetta come quella che dici tu”, dissi. “Vieni, andiamo a cercare”. Si alzò e andò verso l'oliveto un tempo occupato dagli attendamenti dei militari americani. “Ho sete, vado a bere dal nonno; vengo subito”, risposi. Mi diressi di corsa verso la casa sottostante di cui si vedeva solo il tetto di tegole rosse. Volevo far presto. Ero invidioso dei ragazzi in possesso di quei piccoli congegni residuati con cui giocavano orgogliosi. Tante volte m'ero messo a cercarli, ma niente.
Trovai nonno Mariano che a piccoli passi strascicati, aiutandosi con un bastone e una zappetta, stava andando a sedersi sulla ghiuttena (sedile di muratura) di casa. I pochi capelli, ancora scuri, gli cascavano sulla fronte sudaticcia. Con un ultimo sforzo riuscì a sedersi. Aveva fatto il suo solito giro del frutteto ed era stanco. Per lui era un'impresa perché da tanti anni aveva le gambe quasi paralizzate. Diede un sospiro di sollievo: “Aah, 'Ntunuzzu, dov'é Mario?” Gli dissi che era nell'oliveto e che prendevo un bicchiere d'acqua dalla brocca. Bevvi con avidità. “Senti, 'Ntunuzzu, tuo zio Mané sta lavorando nel giardino e ritarda; ormai tu sei grande, prendi il mulo e lo porti a bere alla gebbia, va bene?”, mi disse guardandomi con un sorriso. Non me lo feci ripetere. Andai nella stalla sotto la pinnata (copertura in muratura sorretta da pilastri), slegai la corda della cavezza dall'anello della mangiatoia e mi avviai alla gebbia. Il mulo era un bel baio giovane, il pelo lucido, una discreta pancia, una criniera lunga; non stava fermo con la testa, quasi mi strappava le redini, ma io non mi facevo intimidire: gli davo voce e gli tiravo le redini. Mio padre mi aveva detto che con le vestie non si deve avere paura sennò se ne approfittano e sono capaci di dare dei morsi o del calci; invece deve comandare l'uomo. Io ero felice e mi sentivo forte, però stavo attento che non si prendesse troppa confidenza. Forse Ciccio capì l'antifona perché dopo aver fatto qualche capriccio agitandosi un po' si mise a camminare tranquillo dietro di me. La gebbia era piena d'acqua, l'agitai un po' con la mano per allontanare qualche frasca. Ciccio si mise a bere di buona lena. Sentivo il rumore dell'acqua che passava attraverso l'esofago.Ad un tratto un terribile botto lacerò l'aria. Io mi sentii morire. Ciccio diede uno scarto alzando la testa. Un attimo dopo udii delle urla disperate. Pensai a Mario, aveva trovato una bomba? Sgomento, legai il mulo ad un palo di legno e corsi verso la casa del nonno. Vidi zio Manè correre verso l'oliveto e poi scendere con Mario in braccio. Quando arrivai zio Manè stava svuotando un fiasco di vino su una mano del bambino, ridotta ad un'informe massa sanguinolenta con brandelli di ossa e carne penzoloni. Mio nonno era come impazzito, gridava: “Stringi forte il polso con i fazzoletti, prendi l'asciugamano. Fai presto!”. Mario urlava. Io non sapevo cosa fare. Cercai in casa con furia uno asciugamano, lo trovai e lo diedi allo zio. Mario dopo un po', forse per l'effetto dell'alcol contenuto nel vino, smise di urlare e cominciò a lamentarsi sconsolatamente. Il nonno disse: “Manè, portalo subito sulla strada statale, chiedi un passaggio e vai all'ospedale a Termini. Maliritti sti miricani!”, e lanciò con forza il bastone verso la stradella. Io dissi: “Vado pure io”, ma il nonno scosse la testa: “Tu sei piccolo, non puoi fare niente”. Zio Mané, così com'era, con gli indumenti da lavoro, prese in braccio Mario e si avviò sulla stradella per scendere alla ferrovia e da lì alla statale. Lo vidi svoltare all'altezza della gebbia.

Saturday, March 07, 2009

Il mestiere di presidente del consiglio comunale

Ho avuto occasione di occuparmi, sulla stampa locale della Versilia, della figura del presidente del consiglio comunale. Di fronte a certi atteggiamenti di presidenti, incolori, burocratici e subalterni rispetto alla posizione del sindaco, auspicavo una maggiore consapevolezza delle vere funzioni di chi impersona e rappresenta un organo politico-amministrativo fondamentale del comune. Nella sostanza dicevo che il presidente del consiglio comunale non è un semplice passacarte, né proprio un notaio. Ha le prerogative di organo del comune, alla stregua del sindaco, della giunta e del consiglio, cioè di un soggetto che è centro di poteri e di competenze. Quindi con posizione giuridica e politica di rilievo in seno al comune.
Vediamo di cosa si occupa: programma le adunanze del consiglio, stabilisce l’ordine del giorno su richiesta del sindaco, della giunta, delle commissioni, dei singoli consiglieri, o su propria iniziativa; convoca e presiede il consiglio e ne dirige i lavori; è investito del potere discrezionale di mantenere l’ordine, assicurare l’osservanza delle leggi, la regolarità delle discussioni e delle deliberazioni; assicura preventiva e adeguata informazione ai gruppi consiliari e ai singoli consiglieri sulle questioni sottoposte al consiglio; si fa carico del raccordo tra le attività di indirizzo e di controllo proprie del consiglio e quelle di amministrazione e di governo di cui è responsabile il sindaco. Tralasciamo qualche altra funzione minore.
Come si vede c’è materia per far balzare il presidente del consiglio comunale al secondo posto nella nomenklatura delle cariche comunali. Però non credo che in Italia esista, fino a questo momento, una cultura amministrativa che riconosca il risalto di questa figura all’interno del comune e della comunità cittadina. La tradizione è schiacciante. Gli stessi presidenti non fanno granché per affermare la propria posizione, anzi direi nulla. Ci sono presidenti che per ogni singolo adempimento durante lo svolgimento del consiglio non fanno che rivolgersi ridicolmente al segretario (“Vediamo cosa ne pensa il segretario”), mettendosi sotto i piedi quel minimo di autorevolezza che dovrebbero necessariamente possedere; altri che presentano e relazionano ogni singola delibera, sostituendo così il sindaco o l’assessore al ramo.. Nella stragrande maggioranza dei casi il presidente del consiglio comunale. si appiattisce sulle posizioni del sindaco, fatto salvo, come è ovvio, il doveroso rispetto dei diritti di tutti i consiglieri, in prima linea di quelli di minoranze. . Spesso nessuno in città conosce il nome e il volto di questo presidente. . Certo, non si possono seguire i diktat di minoranze consiliari che vorrebbero un presidente del consiglio come antagonista del sindaco in quanto a capo di un organo collegiale titolare di ampi poteri sull’operato dello stesso sindaco e della giunta, come abbiamo accennato..
Qui bisognerebbe aprire una parentesi sulle modalità di esercizio dei suoi poteri da parte del consiglio comunale e sulla sua presunta, o reale che sia, autonomia politico-amministrativa rispetto alla responsabilità del sindaco. Il discorso è complicato e non è questa la sede. In poche parole possiamo dire così: il complesso dei poteri dell’amministrazione comunale non può considerarsi più un monolito, consiglio, sindaco, giunta non sono più saldati insieme. Adesso abbiamo due blocchi: il consiglio, che dà gli indirizzi e controlla la loro attuazione, e il sindaco, coadiuvato dalla giunta, che amministra e governa. E’ difficile parlare di pari dignità o peso tra i due organi, ma è certo che i maggiori ed estesi poteri conferiti al sindaco sono in qualche modo riequilibrati da quelli del consiglio. Da qui la speciale posizione cui assurge chi incarna quest’ultimo. La funzione di raccordo e di coordinamento, se assolta con scrupolo e lungimiranza, fa del presidente del consiglio una figura di primo piano nel comune e nella città. E evidente che per ricoprire tale ruolo occorrono personalità ed esperienza politica. A queste condizioni il presidente in questione ha il diritto-dovere, in aggiunta ai compiti specifici assegnatigli dalla legge, di parlare all’amministrazione e alla cittadinanza sui problemi di fondo della comunità, in parallelo, non in contrasto con i programmi che vengono portati avanti.
Mi rendo conto che questo mio discorso può sembrare un po’ fantapolitico e controcorrente. La figura del sindaco nell’ordinamento e nell’immaginario popolare è totalizzante; oggi si parla di affidargli compiti anche di sceriffo. I punti di vista dei sindaci talora sono richiesti dalle autorità centrali e tenuti nel debito conto. Tutto questo mi pare giusto, ma, senza nulla togliere al sindaco, una maggiore presenza del presidente del consiglio comunale nel dibattito politico, amministrativo, sociale e culturale della città mi sembra un arricchimento da non trascurare. Vedi l’influenza dei Presidenti di Camera e Senato nella vita politica, fatte le debite differenze.

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Tuesday, January 20, 2009

BARACK OBAMA

Il discorso d'insediamento

RIMETTIAMOCI AL LAVORO INSIEME PER RICOSTRUIRE UNA GRANDE AMERICA

di BARACK OBAMA

OGGI mi trovo di fronte a voi, umile per il compito che ci aspetta, grato per la fiducia che mi avete accordato, cosciente dei sacrifici compiuti dai nostri avi. Ringrazio il presidente Bush per il servizio reso alla nostra nazione, e per la generosità e la cooperazione che ha mostrato durante questa transizione.

Quarantaquattro americani hanno pronunciato il giuramento presidenziale. Queste parole sono risuonate in tempi di alte maree di prosperità e di calme acque di pace. Ma spesso il giuramento è stato pronunciato nel mezzo di nubi tempestose e di uragani violenti. In quei momenti, l'America è andata avanti non solo grazie alla bravura o alla capacità visionaria di coloro che ricoprivano gli incarichi più alti, ma grazie al fatto che Noi, il Popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati e alle nostre carte fondamentali.

Così è stato finora. Così deve essere per questa generazione di americani.

E' ormai ben chiaro che ci troviamo nel mezzo di una crisi. La nostra nazione è in guerra contro una rete di violenza e di odio che arriva lontano. La nostra economia si è fortemente indebolita, conseguenza della grettezza e dell'irresponsabilità di alcuni, ma anche della nostra collettiva incapacità di compiere scelte difficili e preparare la nostra nazione per una nuova era. C'è chi ha perso la casa. Sono stati cancellati posti di lavoro. Imprese sono sparite. Il nostro servizio sanitario è troppo costoso. Le nostre scuole perdono troppi giovani. E ogni giorno porta nuove prove del fatto che il modo in cui usiamo le risorse energetiche rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.





Questi sono gli indicatori della crisi, soggetti ad analisi statistiche e dati. Meno misurabile ma non meno profonda invece è la perdita di fiducia che attraversa la nostra terra - un timore fastidioso che il declino americano sia inevitabile e la prossima generazione debba avere aspettative più basse.

Oggi vi dico che le sfide che abbiamo di fronte sono reali. Sono serie e sono numerose. Affrontarle non sarà cosa facile né rapida. Ma America, sappilo: le affronteremo.

Oggi siamo riuniti qui perché abbiamo scelto la speranza rispetto alla paura, l'unità degli intenti rispetto al conflitto e alla discordia.

Oggi siamo qui per proclamare la fine delle recriminazioni meschine e delle false promesse, dei dogmi stanchi, che troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.

Siamo ancora una nazione giovane, ma - come dicono le Scritture - è arrivato il momento di mettere da parte gli infantilismi. E' venuto il momento di riaffermare il nostro spirito tenace, di scegliere la nostra storia migliore, di portare avanti quel dono prezioso, l'idea nobile, passata di generazione in generazione: la promessa divina che tutti siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza.

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, ci rendiamo conto che la grandezza non è mai scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie, non ci siamo mai accontentati. Non è mai stato un sentiero per incerti, per quelli che preferiscono il divertimento al lavoro, o che cercano solo i piaceri dei ricchi e la fama.

Sono stati invece coloro che hanno saputo osare, che hanno agito, coloro che hanno creato cose - alcuni celebrati, ma più spesso uomini e donne rimasti oscuri nel loro lavoro, che hanno portato avanti il lungo, accidentato cammino verso la prosperità e la libertà.

Per noi, hanno messo in valigia quel poco che possedevano e hanno attraversato gli oceani in cerca di una nuova vita.

Per noi, hanno faticato in aziende che li sfruttavano e si sono stabiliti nell'Ovest. Hanno sopportato la frusta e arato la terra dura.

Per noi, hanno combattuto e sono morti, in posti come Concord e Gettysburg; in Normandia e a Khe Sahn.

Questi uomini e donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato finché le loro mani sono diventate ruvide per permettere a noi di vivere una vita migliore. Hanno visto nell'America qualcosa di più grande che una somma delle nostre ambizioni individuali; più grande di tutte le differenze di nascita, censo o fazione.

Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo la nazione più prospera, più potente della Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi rispetto a quando è cominciata la crisi. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari di quanto lo fossero la settimana scorsa, o il mese scorso o l'anno scorso. Le nostre capacità rimangono inalterate. Ma è di certo passato il tempo dell'immobilismo, della protezione di interessi ristretti e del rinvio di decisioni spiacevoli. A partire da oggi, dobbiamo rialzarci, toglierci di dosso la polvere, e ricominciare il lavoro della ricostruzione dell'America.

Perché ovunque volgiamo lo sguardo, c'è lavoro da fare. Lo stato dell'economia richiede un'azione, forte e rapida, e noi agiremo - non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per gettare le nuova fondamenta della crescita.

Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche e le linee digitali che alimentano i nostri commerci e ci legano gli uni agli altri. Restituiremo alla scienza il suo giusto posto e maneggeremo le meraviglie della tecnologia in modo da risollevare la qualità dell'assistenza sanitaria e abbassarne i costi.

Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche.

E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. Possiamo farcela. E lo faremo.

Ora, ci sono alcuni che contestano le dimensioni delle nostre ambizioni - pensando che il nostro sistema non può tollerare troppi grandi progetti. Costoro hanno corta memoria. Perché dimenticano quel che questo paese ha già fatto. Quel che uomini e donne possono ottenere quando l'immaginazione si unisce alla volontà comune, e la necessità al coraggio.

Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funzioni o meno - se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure accessibili, una pensione degna. Laddove la risposta sia positiva, noi intendiamo andare avanti. Dove sia negativa, metteremo fine a quelle politiche. E coloro che gestiscono i soldi della collettività saranno chiamati a risponderne, affinché spendano in modo saggio, riformino le cattive abitudini, e facciano i loro affari alla luce del sole - perché solo allora potremo restaurare la vitale fiducia tra il popolo e il suo governo.

La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalle dimensioni del nostro Pil, ma dall'ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le opportunità per tutti coloro che abbiano volontà - non per fare beneficenza ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune.


Quanto alla nostra difesa comune, noi respingiamo come falsa la scelta tra sicurezza e ideali. I nostri Padri Fondatori, messi di fronte a pericoli che noi a mala pena riusciamo a immaginare, hanno stilato una carta che garantisca l'autorità della legge e i diritti dell'individuo, una carta che si è espansa con il sangue delle generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondo, e noi non vi rinunceremo in nome di qualche espediente. E così, per tutti i popoli e i governi che ci guardano oggi, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove è nato mio padre: sappiate che l'America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e dignità, e che noi siamo pronti ad aprire la strada ancora una volta.

Ricordiamoci che le precedenti generazioni hanno sgominato il fascismo e il comunismo non solo con i missili e i carriarmati, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né ci autorizza a fare come più ci aggrada. Al contrario, sapevano che il nostro potere cresce quanto più lo si usa con prudenza. La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell'umiltà e del ritegno.

Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta dai principi, possiamo affrontare le nuove minacce che richiederanno sforzi ancora maggiori - una cooperazione e comprensione ancora maggiori tra le nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l'Iraq alla sua gente, e a forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan. Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo.

Perché noi sappiamo che il nostro retaggio "a patchwork" è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; e poiché abbiamo assaggiato l'amaro sapore della Guerra civile e della segregazione razziale e siamo emersi da quell'oscuro capitolo più forti e più uniti, noi non possiamo far altro che credere che i vecchi odi prima o poi passeranno, che le linee tribali saranno presto dissolte, che se il mondo si è rimpicciolito, la nostra comune umanità dovrà riscoprire se stessa; e che l'America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace.

Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che cercano di fomentare conflitti o scaricano sull'Occidente i mali delle loro società - sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno.

Alla gente delle nazioni povere, noi promettiamo di lavorare insieme per far fiorire le vostre campagne e per pulire i vostri corsi d'acqua; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quelle nazioni, come la nostra. che godono di una relativa ricchezza, noi diciamo che non si può più sopportare l'indifferenza verso chi soffre fuori dai nostri confini; né noi possiamo continuare a consumare le risorse del mondo senza considerare gli effetti. Perché il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con esso.

Se consideriamo la strada che si apre davanti a noi, noi dobbiamo ricordare con umile gratitudine quegli americani coraggiosi che, proprio in queste ore, controllano lontani deserti e montagne. Essi hanno qualcosa da dirci oggi, proprio come gli eroi caduti che giacciono ad Arlington mormorano attraverso il tempo. Noi li onoriamo non solo perché sono i guardiani della nostra libertà, ma perché essi incarnano lo spirito di servizio: una volontà di trovare significato in qualcosa più grande di loro. In questo momento - un momento che definirà una generazione - è precisamente questo lo spirito che deve abitare in tutti noi.

Per tanto che un governo possa e debba fare, alla fine è sulla fede e la determinazione del popolo americano che questa nazione si fonda. E' la gentilezza nell'accogliere uno straniero quando gli argini si rompono, la generosità dei lavoratori che preferiscono tagliare il proprio orario di lavoro piuttosto che vedere un amico perdere il posto, che ci hanno guidato nei nostri momenti più oscuri. E' il coraggio dei vigili del fuoco nel precipitarsi in una scala invasa dal fumo, ma anche la volontà di un genitore di nutrire il proprio figlio, che alla fine decidono del nostro destino.

Forse le nostre sfide sono nuove. Gli strumenti con cui le affrontiamo forse sono nuovi. Ma i valori da cui dipende il nostro successo - lavoro duro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo - tutto questo è vecchio. Sono cose vere. Sono state la forza tranquilla del progresso nel corso di tutta la nostra storia. Quel che è necessario ora è un ritorno a queste verità. Quel che ci viene chiesto è una nuova era di responsabilità - il riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo un dovere verso noi stessi, la nostra nazione, il mondo, doveri che non dobbiamo accettare mugugnando ma abbracciare con gioia, fermi nella consapevolezza che non c'è nulla di più soddisfacente per lo spirito, così importante per la definizione del carattere, che darsi completamente per una causa difficile.

Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.

Questa è la fonte della nostra fiducia - la consapevolezza che Dio ci ha chiamato a forgiare un destino incerto.

Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - perché uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possono unirsi nella festa in questo Mall magnifico, e perché un uomo il cui padre meno di sessanta anni fa non avrebbe neanche potuto essere servito in un ristorante ora può trovarsi di fronte a voi per pronunciare il giuramento più sacro di tutti.

Perciò diamo a questa giornata il segno della memoria, di chi siamo e di quanta strada abbiamo fatto. Nell'anno in cui l'America è nata, nel più freddo dei mesi, una piccola banda di patrioti rannicchiati intorno a falò morenti sulle rive di un fiume ghiacciato. La capitale era stata abbandonata. Il nemico avanzava. La neve era macchiata di sangue. Nel momento in cui l'esito della nostra rivoluzione era in dubbio come non mai, il padre della nostra nazione ordinò che si leggessero queste parole al popolo:

"Che si dica al futuro del mondo... che nel profondo dell'inverno, quando possono sopravvivere solo la speranza e la virtù... Che la città e la campagna, allarmate da un pericolo comune, si sono unite per affrontarlo".

America. Di fronte ai nostri pericoli comuni, in questo inverno dei nostri stenti, ricordiamo queste parole senza tempo. Con speranza e virtù, affrontiamo con coraggio le correnti ghiacciate, e sopportiamo quel che le tempeste ci porteranno. Facciamo sì che i figli dei nostri figli dicano che quando siamo stati messi alla prova non abbiamo permesso che questo viaggio finisse, che non abbiamo voltato le spalle e non siamo caduti. E con gli occhi fissi sull'orizzonte e la grazia di Dio su di noi, abbiamo portato avanti il grande dono della libertà e l'abbiamo consegnato intatto alle generazioni future.



(20 gennaio 2009)

Monday, January 05, 2009

PD, LA QUESTIONE MORALE

E’ quasi banale dire che non bastano una frettolosa analisi degli scandali più eclatanti, le belle frasi per porvi rimedio, la minaccia di commissariamento e uno slogan ad effetto ,“Non c’è posto nel PD per i disonesti! Siamo un partito di persone perbene”, in un’affollata e tesa Direzione per considerare esorcizzata la questione morale. Eppure esiste il pericolo reale che il tutto si riduca solo a questo, e a poco altro, come potrebbero essere le inevitabili temporanee sospensioni dalle cariche di partito degli indagati.

C’è chi pensa che l’apparire, l’immagine, la comunicazione, l’ostentata indignazione, le promesse, possano avere la stessa efficacia della sostanza dei veri interventi; il consenso si può acquistare con le promesse e con gli annunci. Questa è superficialità. Alle parole devono seguire i fatti. Occorre cambiare registro, occuparsi seriamente dei bubboni , perché minacciano la vita stessa del partito. Il Leader deve anche dimenticare come è fatta la porta di casa sua, deve calarsi nelle realtà locali per estirpare le cause e tagliare le ramificazioni del cancro degli affari confusi con la politica.

Il giro d’Italia Veltroni deve farlo adesso, a partire dal 7 gennaio, non soltanto al momento delle elezioni quando la maggioranza degli elettori ha già preso le sue decisioni. Il gioco delle parti tra maggioranza e opposizione, giostrato tra conferenze stampa, esternazioni, batti e ribatti, comparsate televisive, sarà pure utile, ma il lavoro politico vero si fa tra la gente, a tu per tu con i problemi concreti, tenendo sotto tiro gli abusi, il mercimonio, la corruzione, le ingiustizie, i favoritismi, i clientelismi, le illegalità. Tanto più che il Partito Democratico è in gran parte ancora da costruire.



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IL PRESIDENTE LOMBARDO E I SICILIANI EMIGRATI

Il presidente Raffaele Lombardo ha rivolto un pensiero ai siciliani emigrati “che trascorreranno le festività lontani dai luoghi ove sono nati e vissuti”, aggiungendo: “Nel futuro vogliamo tenere presente anche tutti voi e, soprattutto, i vostri figli”. Questo per noi emigrati è un gesto di cortesia assai gradito. Purtroppo rimane intatto il velo di scetticismo attraverso cui guardiamo la nostra Sicilia. Le parole, si sa, sono importanti, ma sono niente se ad esse non seguono i fatti. Lombardo dice anche che il suo governo sta costruendo il futuro della Sicilia. Se essere tenuti presenti significa consentire anche a noi di partecipare in qualche modo alle elezioni regionali debbo dire ben venga questa iniziativa, ma i siciliani emigrati, è chiaro, s’aspettano ben altro. In estrema sintesi la parola giusta è: lavoro. Sì, perché essa contiene in nuce la causa del loro destino di sradicati. La mancanza di lavoro e, in molti casi, l‘assenza di condizioni minime per un vivere civile li ha espulsi dalla loro terra. Certo, non è facile frantumare una realtà indurita da abusi, collusioni, favoritismi, corruzioni, prepotenze, ma se non si fa pulizia in casa e non si elimina la violenza mafiosa, gli investimenti dei privati, indispensabili per lo sviluppo, rimarranno sempre una chimera: niente intrapresa, niente lavoro.
Lombardo non mi sembra indifferente a questi problemi. Ha imbarcato in giunta due valorosi magistrati, sta realizzando faticosamente il piano di rientro nelle spese per la sanità, sta programmando la riduzione delle società pubbliche e il ridimensionamento della macchina burocratica regionale che vanta la vergogna di ben 21.000 dipendenti. Ma non bastano questi interventi. Lombardo tenta di attuare obblighi di legge e direttive del governo centrale e dell’Ue. Occorre altresì creare le condizioni per lo sviluppo economico e, di conseguenza, per l’incremento dell’occupazione. Il problema principale è l’estirpazione della mafia: se c’è mafia non ci sono investimenti di capitale. Che fa la Regione (e la classe politica siciliana) per contribuire ad eliminare questo cancro? Direi poco o niente. Non basta dire: la mafia fa schifo e fare sporadiche lezioni in qualche scuola. Lo Stato sta facendo la sua parte: con apprezzabili risultati, mi pare. Si spera che incrementi ed affini sempre più i suoi strumenti. Però con la sola repressione non si sconfigge la mafia. Sull’altro piatto della bilancia devono starci progetti e massicci investimenti per la creazione di una cultura antimafiosa.
Bisogna iniziare a lavorare sul serio sulle scuole primarie, secondarie, sulle università e dovunque esistano aggregazioni di giovani. E’ un compito storico che la Regione Sicilia, coadiuvata dagli enti locali e da altri organismi pubblici e privati, è chiamata a svolgere, da domani ai prossimi decenni, chiedendo la collaborazione delle migliori intelligenze del Paese. In un primo tempo tutti gli sforzi dovranno essere diretti a trasformare le scuole e le famiglie degli allievi in comunità educanti per poi iniziare a inculcare nelle nuove generazioni principi, valori, modelli di comportamento che facciano giustizia di antiche e radicate mentalità di sottomissione irrazionale a qualsiasi forma di potere e, insieme, di prepotenze, abusi e violenze senza limiti. E’ un’utopia questa? E utopia costruire in Sicilia una società moderna trasparente, partecipante, democratica, basata sul rispetto dei diritti e sull’osservanza dei doveri? Sì, fino a quando continuerà a dominare una classe politica dedita principalmente a difendere il proprio potere e i propri privilegi attraverso fitte reti di relazioni, in molti casi non confessabili, occupandosi poco e male dei veri interessi della collettività. No, se si va a scavare alle radici del sottosviluppo culturale, civile ed economico della Sicilia e, finalmente, ci si mette all’opera per dare una svolta alle sorti della nostra isola. Il futuro della Sicilia, Lombardo lo sa bene, è una società senza mafia che sappia accogliere con favore gli investimenti per uno sviluppo equilibrato e sostenibile e per creare lavoro e condizioni civili, decorose e stabili. I siciliani vogliono lavorare per la Sicilia. L’emigrazione è un dramma, una perdita, un enorme spreco.
Purtroppo le difficoltà sono tante. Gli occhi della maggioranza dei politici sono puntati su altri obbiettivi. Per molti di loro discorsi di questo genere sono delle novelle fuori della realtà. La vedo dura per Lombardo anche per l’attuazione del contenimento delle spese che dovrebbe essere un impegno prioritario di tutti gli assessori e dei deputati (Si pensi alle polemiche e ai contrasti per il riordino del servizio sanitario regionale.). Il velo dello scetticismo, come dicevo, rimane, le parole del presidente Lombardo assumono i contorni di una formalità.

Tuesday, April 08, 2008

LE OLIMPIADI DI PECHINO E LA REPRESSIONE NEL TIBET

Tensioni, proteste, tafferugli in nome del Tibet libero stanno accompagnando il cammino della fiaccola dello spirito olimpico. Gli agenti di Scotland Yard a Londra hanno tratto in arresto 35 manifestanti. Anche a Parigi e Roma ci saranno, al passaggio del tedoforo, manifestazioni pacifiche contro la repressione dei diritti umani in Cina e la repressione in Tibet. Il montare di queste manifestazioni sta mettendo a disagio parecchi governi del mondo occidentale. Il primo a sentire la contraddizione tra un raduno mondiale di giovani atleti che gareggeranno in nome degli ideali di fraternità e libertà e la feroce repressione del regime di Hu Jintao contro i giovani e i monaci tibetani, che richiama quella di piazza Tienanmen, è stato Nicolas Sarkozy. Ad agosto, quando si svolgeranno i giochi olimpici di Pechino, egli sarà a capo dell’Ue. Avrà la forza e il coraggio di portare tutti gli stati membri dell’Unione su una linea, sia pure simbolica, di disapprovazione dell’azione autoritaria di Pechino nei confronti dei patrioti tibetani e dei dissidenti interni? Nel 2001 il governo di Pechino assunse con il CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, precisi impegni di liberalizzazioni e di salvaguardia dei diritti umani. Non solo nel frattempo non ha fatto nulla per il rispetto dei diritti ma sta soffocando nel sangue la protesta di un popolo mite e fiero che lotta per la salvezza della propria identità culturale e per l'autonomia politica (si badi: non indipendenza).Occorrerebbe un segnale politico forte da parte dei governanti dei paesi partecipanti ai giochi. Non il boicottaggio dell'Olimpiade: sarebbe assurdo così a ridosso della data dei giochi. Migliaia di atleti in tutto il mondo si sono preparati per anni per l'appuntamento delle Olimpiadi. Essi hanno il sacrosanto diritto di gareggiare e di conquistare le glorie sportive che meritano. Il gesto clamoroso, ma nello stesso tempo rispettoso del pieno svolgimento dei giochi, richiesto dall'opinione pubblica di mezzo mondo, rimane la non partecipazione dei capi di stato e di governo alla cerimonia di inaugurazione. Il Governo di Pechino è molto sensibile su questo versante. Ha il timore di essere isolato. Bisognerebbe mettere in seconda linea, per un momento, gli affari e minacciare, ed eventualmente attuare, con decisione questo gesto simbolico, di grande valore politico, soprattutto per i giovani. Ma i governi europei stanno zitti, Sarkosy tentenna: un po' dice che non andrà alla cerimonia, un po', addirittura, pone delle condizioni per assicurare la sua presenza, salvo far smentire tutto subito dopo. Su George Buhs non c'è da contare per niente. Figuriamoci se dà peso a queste quisquilie, i diritti umani e quelli delle minoranze, pur difesi da lui stesso a parole in ogni occasione. Sarà trionfalmente presente e, c'è da scommettere, firmerà pure contratti per miliardi di dollari. Ma Sarkosy no, egli è il capo della nazione che ha compiuto la rivoluzione su cui si fonda per buona parte la civiltà del mondo occidentale. Ha il dovere di ricordare al mondo i valori di democrazia e di libertà e di trascinare dietro di sé le altre nazioni, anche nella sua prossima veste di capo temporaneo dell'Ue. Non parliamo del Governo italiano: in pratica esiste quasi di nome, nel periodo di ordinaria amministrazione. Una sua mossa sarebbe subissata da montagne di demagogia nel nome degli affari con la Cina. Infine un auspicio: il CIO non si cacci mai più in situazioni di questo genere: il sangue versato dagli innocenti è incompatibile con lo spirito olimpico. Mai più Olimpiadi in paesi privi di democrazia e di libertà.

Saturday, April 05, 2008

LA RACCOLTA DIFFERENZIATA DEI RIFIUTI A TRABIA

Dalla conferenza-dibattito sui rifiuti, organizzata dal difensore civico prof. Giuseppe Nicola Greco con il mondo dell’associazionismo il 27 marzo scorso, è saltato fuori un dato interessante fornito dall’ATO 5: in pochi anni la raccolta differenziata è passata dal 3,50% al 19%. Siamo distanti dagli standard ottimali, ma è confortante il netto progresso rispetto alla media della Regione Sicilia che è inchiodata a percentuali molto basse. Nell’incontro si è discusso degli effetti deleteri di un cattivo servizio di raccolta dei rifiuti, cioè “dell’inquinamento dell’acqua, dell’aria e del cibo e delle conseguenze negative sulla salute e sullo sviluppo turistico del territorio”. Si attende dal Comune una qualche fattiva iniziativa per rendere prassi abituale la differenziazione dei rifiuti. La tragedia della Campania spero insegni qualcosa.
Nell’ultimo anno ho notato a Trabia un deciso miglioramento nella raccolta dei rifiuti. Il servizio adesso è svolto da un consorzio di comuni con impiego di attrezzature e risorse umane finalmente sufficienti. Non è stato eliminato del tutto lo sconcio dei cassonetti piazzati all’imboccatura di ogni ‘passo’ lungo la SS:113, ma nel complesso Trabia non presenta più l’aspetto di un paese trascurato per ciò che riguarda la spazzatura. Si è limitata in qualche modo la vergogna nel periodo estivo della discarica di rifiuti anomali (elettrodomestici, mobili, materassi, poltrone, motorini, ecc,) sulla strada per Sant'Onofrio all'altezza del bivio per Serra Scirocco. Limitata, non eliminata, perché adesso vengono impiegati dei grandi contenitori, tipo container, per asportare la montagna giornaliera di questa specie di rifiuti. Il risultato è che durante il giorno il posto è sgombro e pulito, di notte si riforma la montagna, la mattina per ore hanno luogo le operazioni di carico e asporto del container, con gli inconvenienti relativi sia per il traffico che per il decoro di una località turistica. A giudicare dalla quantità dei rifiuti depositati sospetto che i villeggianti si siano ormai abituati a smaltire in questo modo anche gli esuberi delle loro abitazioni d'origine. Semplice e non si spende una lira. Meglio di così? In scala minore qualcosa di simile avviene lungo la strada della 'Costa 'a Mennula'. Basterebbe un paio di blitz nelle ventiquattr'ore, con l'applicazione di pesanti multe, per eliminare questa inciviltà, ma il Comune, o il Consorzio, dovrebbe essere esso stesso in regola con un perfetto servizio a pagamento per la raccolta a domicilio di questo genere di rifiuti. Le colpe sono dei cittadini o delle istituzioni?
Per la raccolta differenziata occorre preliminarmente un lavoro di 'educazione' del cittadino e l'apprestamento delle specifiche attrezzature. I giovani partecipanti all'incontro lo sanno bene e ne hanno discusso. Nei prossimi 4/5 anni saranno costruiti in Sicilia tre o quattro termovalorizzatori; sarebbero inutili se non si pervenisse a quell'epoca ad un'alta percentuale di raccolta differenziata. Ce la faremo ad allontanare l'incubo dell'immondizia per le strade? Dipende molto dai bravi amministratori e, soprattutto, dalla sensibilità dei cittadini..

Monday, March 10, 2008

UN ESEMPIO DI DEMOCRAZIA

Domenica 9 marzo si sono svolte a Viareggio le primarie Pd per la scelta del candidato sindaco per le elezioni amministrative del 13 aprile e dei candidati consiglieri comunali da includere in lista. La consultazione ha visto la partecipazione di un numero imponente di viareggini, quasi seimila. Ha vinto il candidato della discontinuità rispetto all'amministrazione uscente. Mi sembra interessante, soprattutto per i giovani, mettere a confronto la situazione politica di Viareggio e di Trabia. Approfondire i vari aspetti che la democrazia può assumere serve a conoscerla meglio e a praticarla con convinzione; serve anche a distinguere i politici seri dai capi consorterie, da coloro che chiedono il voto per interessi personali, per avidità di potere e di denaro. Per quanto riguarda, in particolare, la scelta dei candidati consiglieri comunali, si è adoperato un metodo semplice e aperto a tutti. In un'assemblea pubblica si sono raccolte le autocandidature di iscritti e simpatizzanti. Alle primarie gli elettori hanno indicato le loro preferenze; di conseguenza la lista sarà formata dalle prime quindici donne e dai primi quindici uomini più votati. Non è la perfezione ma, a mio parere, questo modo di scegliere i rappresentanti della comunità si avvicina molto all'idea che le persone responsabili hanno della vera democrazia. Sarebbe bello che ciò avvenisse in tutte le città italiane; inutile dire che mi piacerebbe avvenisse a Trabia per dare la possibilità agli elettori di scegliersi i candidati più disinteressati, visti gli interessi in ballo per via della sciagurata corsa alla devastazione edilizia del territorio trabiese.

All'indomani del voto a Viareggio ho pubblicato sul giornale “La Nazione” di Firenze e sui website della città il seguente pezzo:


“PRIMARIE PD, IL SIGNIFICATO DI UNA VITTORIA

Con la vittoria di Andrea Palestini si cambia registro nella politica viareggina. Il nome di questo cambiamento è 'partecipazione'. L'approccio ai problemi della città non potrà più c onsumarsi nel chiuso delle stanze del potere. Viareggio è matura per una democrazia avanzata. Negli ultimi cinque anni c'è stata una forte accelerazione in questo senso. I comitati cittadini, i cortei, le assemblee, gli interventi sui media si sono sprecati. L'errore più evidente è stato la sottovalutazione di questo fenomeno. Non si può più pensare di prendere le decisioni e poi sottoporle al vaglio delle consultazioni, difendendole a spada tratta. Il percorso dovrà invertirsi. L'amministratore dovrà mettersi in ascolto di ciò che sale dalla popolazione; raccogliere, tramite dibattiti e incontri con la gente, umori, desideri, proposte ed elaborare bozze da sottoporre a verifiche e integrazioni per giungere infine alle decisioni definitive; s'intende, per i problemi più importanti. Viareggio è viva e non tollera chiusure e autoritarismi. La grande affluenza alle primarie ha anche questo significato. Palestini è avvertito; mostra però di avere imparato la lezione”.

Antonio Carollo

I GIOVANI, LA POLITICA, LA MAFIA






Lotta alla mafia? I politici ne parlano, ma gli impegni veri dove sono? Si dovrebbe cominciare dalle candidature: il semplice sospetto di complicità (figuriamoci se ci fossero atti giudiziari ben precisi) con mafiosi dovrebbe essere una discriminante insormontabile; in realtà avviene l'esatto contrario. I politici più chiacchierati sono i più in sella nella dirigenza dei partiti perché proprio loro sono i campioni del procacciamento dei voti. Allora che valore hanno le loro roboanti dichiarazioni di condanna del fenomeno mafioso? Nessuno; sono parole che servono a costruire una facciata destinata a mascherare la realtà del commercio sotterraneo e indiretto coi potentati occulti impastati di mafia. A livello regionale i partiti sono in mano a questi capipopolo abilissimi nel creare enormi bacini elettorali con gli strumenti dei rapporti ambigui con esponenti mafiosi e con la calamita del più sfacciato clientelismo. C'è da aspettarsi emancipazione e sviluppo della Sicilia da questa gente? Molti ripongono fiducia su questi politici, hanno avuto o s'attendono d'avere benefici personali. Non sempre, ma le ricompense vengono.
L'esercito dei dipendenti degli enti pubblici, delle cooperative, dei consorzi, delle aziende partecipate, cresce di pari passo con la moltiplicazione delle stesse aziende, cooperative, ecc. La rete del sistema parassitario avanza e s'ingrossa fino ad inghiottire ogni prospettiva di rinascita di una terra da sempre calpestata e sempre in attesa di qualcosa che non arriva mai. Le enormi risorse sperperate in burocrazie pletoriche ed inutili e in addetti a servizi mai prestati tarpano le ali agli interventi necessari per lo sviluppo. Gli spazi concessi alle speculazioni mafiose creano una cappa oppressiva nemica degli investimenti produttivi e del sogno di riscatto della gioventù. Qualunque sia il numero dei beneficiati delle clientele, la massa dei senza lavoro e senza futuro viene appena scalfita. Per tanti giovani si fa strada l'angoscia dell'emigrazione.

Il cittadino pensoso dell'avvenire dell'Isola deve diffidare delle belle parole, deve guardare in faccia chi chiede il voto. Occorrono concreti programmi di contrasto al fenomeno mafioso. In ambienti da secoli esposti alla prepotenza e alla violenza di gruppi di facinorosi, non è facile far mettere radici alla cultura della legalità. Occorre partire dalla famiglia e dalla scuola, inculcare la nuova cultura ai giovani in procinto di crearsi una famiglia e agli studenti con uno sforzo organizzativo e finanziario consistente. Per la Sicilia e le altre regioni del Mezzogiorno investire per i giovani significa prioritariamente investire nella loro educazione per il conseguimento di una coscienza civica libera dal ciarpame delle arretratezze culturali. Si tratta di compiere quasi una rivoluzione nell'approccio verso le esigenze della famiglia e della scuola.

Se guardo alle condizioni della Sicilia, ai torrenti di retorica e demagogia che stanno per rovesciarsi sui siciliani, ai volti e ai curricula di alcuni personaggi molto influenti, ci sarebbe da mettersi le mani ai capelli. Lo scetticismo però non deve prevalere. Le parole dettate dalla ragione non sono mai vane. La Sicilia cambierà.